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La tutela patrimoniale del disabile
Approfondimenti

                                                          - LA TUTELA PATRIMONIALE DEL DISABILE - 

                                                                        Un “ dopo di noi” responsabile.

 

In tema di disabilità vi sono esperienze dove genitori  si rendono protagonisti responsabili del futuro dei propri figli impegnando risorse finanziarie, intelligenza, affetto, in una chiave che si rivolge ai nuovi bisogni,indirizzando  le loro azioni investendo nella  qualità della vita.

Il problema del “dopo di noi” non consiste solo nella tutela giuridica della persona disabile, del figlio disabile, significa anche tutela sotto il  profilo economico, cioè di essere posto nelle condizioni  di poter pienamente godere di beni o mezzi di sostentamento, destinatigli dalla propria famiglia o da terzi.

L’informazione sugli strumenti disponibili  è importante per i familiari , è uno dei presupposti imprescindibili per la realizzazione di un “dopo di noi” sereno e adeguatamente protetto.

Con il nostro consulente giuridico abbiamo compilato una lista di informazioni utili che possono servire  ai genitori per  programmare un futuro sereno per se stessi e per i propri figli più deboli-

 

 

L’eredità, il testamento e l’esecutore testamentario

 

Anche una persona disabile pur incapace e non autosufficiente può  essere istituito erede di un patrimonio,poiché è  pienamente capace di succedere qualunque soggetto sia nato o almeno concepito al momento dell’apertura della successione (addirittura, in un testamento può essere

nominato erede anche chi non sia ancora stato concepito!).

E’ pertanto certo che qualsiasi disabile può essere nominato erede di chiunque abbia intenzione di lasciargli beni; ovviamente, se chiamati a succedere saranno un interdetto o un beneficiario dell’amministrazione di sostegno, spetterà rispettivamente al tutore e all’amministratore accettare l’eredità in nome e per conto dell’incapace.

Nel caso dell’interdetto – cioè in presenza di un’infermità di mente totale e assoluta – l’accettazione dell’eredità dovrà essere effettuata obbligatoriamente con beneficio di inventario, ai sensi dell’art. 471 codice civile: ciò significa che l’eredità verrà accettata solamente dopo aver verificato se i crediti ereditari sono maggiori dell’eventuale passivo e senza che i patrimoni del defunto e dell’erede abbiano a mescolarsi.

L’accettazione con beneficio d’inventario è invece solo facoltativa per l’amministratore di sostegno, che sul punto dovrà interpellare il Giudice Tutelare, ai sensi dell’art. 411 codice civile.

In entrambi i casi, comunque, l’accettazione deve avvenire con dichiarazione espressa ricevuta da un notaio o dal cancelliere presso il Tribunale del luogo in cui si è aperta la successione.

 

Per proteggere il disabile, la legge prevede che il tutore l’amministratore di sostegno non possano essere a loro volta nominati eredi dell’interdetto o del beneficiario, neppure per interposta persona, a meno che non fossero stati nominati eredi prima di divenire tutore o amministratore oppure siano il fratello, la sorella, il coniuge, il discendente o l’ascendente dell’inabilitato o del beneficiario.

A sua volta il disabile  può destinare i suoi beni dopo la morte,  con delle limitazioni:

A)       qualora benefici dell’amministrazione di sostegno, nei casi di patologie più gravi si avvarrà dell’affiancamento   dell’amministratore, mentre nei casi meno gravi disporrà dei suoi beni come ritiene opportuno;

B)       qualora sia interdetto, non potrà in alcun caso destinare i suoi beni dopo la morte, risultando completamente incapace di intendere e volere;

C)       qualora non sia interdetto né inabilitato né beneficiario dell’amministratore di sostegno, il disabile può vedere annullati i suoi atti di disposizione del patrimonio, se risulterà averli conclusi  arrecandogli  un pregiudizio, come previsto dall’art. 428 codice civile; tale norma ovviamente è volta a tutelare gli interessi della persona non autosufficiente e ad impedire che si approfitti del suo stato di incapacità, arrecandogli danni irreparabili.

 

L’art. 700 codice civile prevede la possibilità, per colui che fa testamento (e dunque anche per chi lascia i suoi beni ad un disabile), di istituire il cosiddetto “esecutore testamentario” che ha la funzione di dare esecuzione al testamento rispettando la volontà del defunto.

Tale figura rappresenta un ulteriore “rinforzo” e garanzia poiché è affiancato all’amministratore di sostegno  o al tutore in caso di destinazione di eredità ad un disabile seppur con mansioni temporalmente limitate alla sola fase di esecuzione della volontà testamentaria – figura che deve  rendere il conto dell’operato svolto e rispondere dei danni causati per  eventuale negligenza.

 

Sono quindi previste  per il disabile chiamato ad una successione una serie di garanzie (ruolo del Giudice Tutelare, accettazione con beneficio di inventario, funzioni dell’amministratore di sostegno, eventuale compresenza dell’esecutore testamentario) che lo tutelano da rischi e  le famiglie fanno serenamente uso – recandosi all’uopo da un notaio - dello strumento testamentario in favore dell’incapace.

Si sta sviluppando una prassi negli ultimi anni, dove sono sempre più numerosi i nuclei familiari che, invece di lasciare il loro immobile in eredità al disabile, lo destinano ad un ente o ad una associazione, ponendo la condizione che questi ultimi, in qualità di beneficiari, si rendano garanti del progetto di vita della persona con disabilità all’interno di detto immobile, secondo le indicazioni date dai testatori.

 

 – La donazione con particolare riferimento alla donazione modale

Se i familiari del disabile desiderano destinare alcuni beni al loro congiunto incapace senza attendere di passare essi stessi a miglior vita, lo strumento più idoneo a realizzare ciò è senz’altro la donazione.

Essa è un contratto con cui una parte (donante) arricchisce l’altra (donatario) per puro spirito di liberalità; deve essere redatta mediante atto pubblico – cioè dinanzi ad un notaio – ed alla presenza di testimoni.

Per essere valida deve essere accettata: infatti diviene “perfetta” nel momento in cui al donante è notificata l’accettazione del donatario e, finchè ciò non avviene, entrambi i soggetti sono liberi di revocare la loro dichiarazione.

Oltre alle persone fisiche, possono ricevere donazioni anche le persone giuridiche (associazioni, fondazioni, cioè  enti riconosciuti )

I soli soggetti nei confronti dei quali la legge non ammette donazioni sono il tutore e il protutore dell’interdetto.

Con la donazione i familiari possono far si  il disabile usufruisca di beni immobili o denaro per l’intera durata della sua vita.

Ad esempio, il genitore dell’incapace può donare un appartamento di sua proprietà non tanto all’incapace, quanto piuttosto ad un soggetto – pubblico o privato – che si assuma la responsabilità della gestione dell’immobile e della vita del portatore di handicap, il quale continuerà ad abitarlo; oppure può donare una somma di denaro, vincolando colui che riceve la donazione ad assistere il disabile.

Ciò che più rileva nella presente sede è che la donazione – a differenza di un lascito testamentario – consente ai familiari già durante la loro vita di verificare come si comporta il donatario nei confronti delle esigenze della persona non autosufficiente.

Infatti è possibile  inserire nell’atto di donazione specifiche clausole quali, ad esempio, la condizione risolutiva, secondo la quale gli effetti della liberalità vengono meno per il donatario se non si comporta diligentemente e non segue quanto stabilito nel contratto di donazione: in tal caso infatti egli perde la proprietà dell’immobile o del fondo patrimoniale.

Nella prassi degli ultimi anni, la donazione si è rivelata uno strumento assai utile per tutelare le complesse dinamiche del “dopo di noi” ed è stata prevalentemente applicata nella forma della cosiddetta “donazione modale” prevista dall’art. 793 codice civile.

Detta norma sancisce che “La donazione può essere gravata da un onere e il donatario è tenuto all’adempimento dell’onere entro i limiti della cosa donata”.

Vi sono genitori che hanno donato ad una fondazione il loro appartamento, con l’obbligo in capo all’ente di farvi vivere all’interno il figlio disabile ed anche di organizzarvi una comunità-alloggio; analogo ragionamento può farsi anche in caso di destinazione di beni mobili o denaro.

In questo modo nasce in capo al donatario un obbligo coercibile, da cui consegue un pregiudizio (perdita della donazione) qualora egli non adempia correttamente ai suoi doveri.

Ciò in quanto colui che ha disposto la donazione ha sempre la possibilità di controllare il donatario nello svolgimento delle sue funzioni e può conseguentemente revocare in ogni momento il suo atto di liberalità, se ricorrono adeguati motivi per farlo.

E questo certamente fa della donazione modale un valido strumento per perseguire quelle finalità di tutela economica del disabile indispensabili per garantirgli un futuro sereno lontano dalla famiglia.

 

 La reversibilità della pensione

 

Il figlio non autosufficiente ha diritto a percepire la reversibilità della pensione di un genitore defunto e  tale diritto prescinda dall’età del disabile.

La pensione di reversibilità, introdotta in Italia dalla Legge 1272 del 1939 ed in seguito modificata delle Leggi 218 del 1952 e 903 del 1965, spetta ai superstiti sia di un pensionato (= cioè chi è deceduto percependo già una pensione di invalidità, vecchiaia o anzianità) sia di un assicurato ( cioè chi è deceduto senza avere ancora raggiunto la pensione) ma potendo far valere cinque anni di contribuzione di cui almeno tre nel quinquennio precedente la morte oppure quindici anni di contribuzione versata in qualunque periodo.

I beneficiari ( cioè i superstiti aventi diritto) sono il coniuge e i figli o minorenni o studenti a carico del genitore sino ai ventisei anni; tali soggetti percepiscono la reversibilità anche se sono titolari essi stessi di una pensione diretta.

I figli disabili possono percepire la reversibilità pur non essendo minori o studenti?

Certamente si; infatti anche i figli maggiorenni  purchè siano giudicati inabili al lavoro e risultino a carico del genitore defunto.

 

L’inabilità al lavoro è il primo requisito indispensabile affinché il disabile possa godere del trattamento pensionistico e deve essere accertata dalle preposte Commissioni istituite o presso l’INPS (se il dipendente che percepiva la pensione lavorava nel settore privato) o presso il Ministero del Tesoro (se era un dipendente pubblico).

E’ importante definire la  distinzione tra inabilità al lavoro e invalidità.

Infatti un soggetto può essere invalido al 100% (e pertanto percepire una pensione di invalidità) ma essere in grado di svolgere un’attività lavorativa: si pensi ad un cieco che svolge mansioni di telefonista.

L’art. 2 della Legge 222 del 1984 recante la “Revisione della disciplina dell’invalidità pensionabile” ha comunque stabilito che deve considerarsi inabile al lavoro colui che “a causa di infermità o difetto fisico o mentale si trovi nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”. La giurisprudenza ha poi elaborato questo concetto, mitigandolo: inabilità lavorativa non significa inidoneità a svolgere qualunque tipo di lavoro, bensì “incapacità dell’individuo di dedicarsi ad un lavoro produttivo di adeguato profitto che risulti adatto a consentirgli di provvedere, in modo normale e non usurante, alle proprie esigenze di vita”, così come sancito dalla Cassazione Civile, Sezione Lavoro, nella sentenza n. 2204/1981

 

Affinchè  il disabile possa avere  il diritto alla pensione di reversibilità consiste egli deve risultare  a carico del genitore che godeva del trattamento pensionistico. La legge afferma che il requisito della “vivenza a carico” si intende soddisfatto quando il lavoratore deceduto provvedeva in maniera continuativa al sostentamento familiare. Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11689/2005, nella quale ha chiarito che non è necessario un mantenimento completo ma è sufficiente che l’aiuto economico

dato dal genitore abbia costituito un mezzo normale, per costanza e regolarità, del mantenimento del disabile, sia pure parziale.

Poco importa, peraltro, che il figlio conviva o meno con il pensionato, poiché anche un non convivente può essere a carico del genitore (il quale, ad esempio, provveda al pagamento della retta mensile di una struttura residenziale), così come non è rilevante che il disabile già goda di un assegno di accompagnamento (si pensi al caso di figli non in grado di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore o che necessitino di continua assistenza, non essendo capaci di compiere gli atti quotidiani della vita).

 

In linea generale, la Circolare INPS n. 198/2000 ha stabilito che la “vivenza a carico” sia automaticamente riconosciuta quando i figli maggiorenni inabili al lavoro abbiano un reddito inferiore a quello richiesto dalla legge per beneficiare della pensione di invalidità (in tale reddito, come già ricordato, non devono computarsi le eventuali pensioni di invalidità civile o l’indennità di accompagnamento o i redditi percepiti per attività retribuita svolta presso

cooperative sociali o lavori protetti, ai sensi dell’art 4 della Legge 381 del 1991).

 

Entrambi i requisiti  devono essere posseduti dal disabile al momento della morte del genitore; infatti, se nel corso degli anni uno dei due viene meno, si decade dal beneficio.

La reversibilità è pari al 70% della pensione che veniva erogata al defunto; se è sopravvissuto un genitore, ovviamente si dovrà dimostrare che questi non è in condizioni di provvedere al mantenimento del disabile.

In ogni caso, il figlio che già fruisce di pensione di reversibilità per la morte di un genitore, ha diritto, qualora deceda anche l’altro genitore, ad una seconda pensione.

La procedura per ottenere l’erogazione della reversibilità al disabile superstite è abbastanza semplice: è infatti sufficiente compilare l’apposita modulistica reperibile presso l’ente che erogava la pensione, il quale poi valuterà se l’incapace è in possesso dei requisiti dell’inabilità lavorativa e della vivenza a carico.

Comunque, se la domanda di reversibilità pensionistica viene rigettata, è possibile proporre ricorso al Comitato Provinciale INPS entro novanta giorni dalla comunicazione del diniego.

 

I rapporti tra la famiglia e la fondazione: contratto di mantenimento o di assistenza vitalizio

Per rendere sereno il futuro della persona non autosufficiente non è solamente necessario tutelarla sotto il profilo giuridico o consentirle il godimento di beni immobili o di rendite economiche.

Infatti le famiglie desiderano anche garantire una buona qualità di vita del disabile mediante l’affidamento del loro congiunto a strutture che se ne occupino fintanto che egli è in vita, precostituendo all’uopo forme di assistenza vitalizia, che vengono formalizzate in contratti vincolanti per i sottoscrittori.

 

Lo strumento più adeguato è senz’altro rappresentato dal contratto di mantenimento o di assistenza vitalizio.

Questo istituto giuridico nasce dall’interpretazione fornita dalla giurisprudenza del cosiddetto contratto di rendita vitalizia previsto dall’art. 1872 codice civile.

La Cassazione infatti, con la sentenza n. 8825 del 1996, ha definito contratto di mantenimento o di assistenza vitalizio l’accordo con cui una parte, in corrispettivo del trasferimento di un immobile o della cessione di un capitale, si obbliga a fornire all’altra prestazioni alimentari od assistenziali, per tutta la durata della vita.

Questo contratto coinvolge tre soggetti: lo stipulante (il genitore) il promittente (la fondazione) e il terzo (il disabile).

La fondazione promittente si obbliga, nei confronti del genitore stipulante, al mantenimento del terzo disabile per l’intera durata della sua esistenza e secondo il tenore di vita cui questi era abituato nonchè ad assisterlo moralmente e materialmente; in cambio di tutto ciò, ottiene dal genitore beni immobili o denaro.

E’ importante sottolineare che, nel momento in cui la fondazione diviene proprietaria di tali beni, nasce per lei l’obbligo di adempiere alle richieste del genitore.

Dunque una famiglia può, nel momento in cui individua un ente degno di fiducia, decidere di trasferire a tale soggetto la proprietà di beni patrimoniali (non necessariamente immobili: c’è chi trasferisce azioni societarie, obbligazioni, titoli di stato, diritti di usufrutto, insomma tutto ciò che può rappresentare un patrimonio familiare) a fronte dell’obbligo in capo a questo soggetto di occuparsi del disabile per tutta la vita di questi.

Ovviamente sorge immediata l’esigenza di garantire che il beneficiario adempia effettivamente alle obbligazioni che si è assunto, occupandosi del mantenimento materiale e morale dell’incapace con diligenza e correttezza.

 

Come tutelarsi, dunque, dall’eventuale negligenza della fondazione promittente?

Ponendo conseguenze giuridiche precise a carico di un suo inadempimento: ad esempio, iscrivendo ipoteca in favore del disabile sugli immobili trasferiti alla fondazione, oppure introducendo una condizione secondo cui l’effettivo trasferimento della proprietà dei beni messi a disposizione dal genitore avverrà solo se la fondazione si prende diligentemente cura del disabile o ancora riservando sugli eventuali immobili ceduti all’ente un diritto di usufrutto in favore del genitore o del disabile.

In ogni caso, la prima e maggiore salvaguardia degli interessi dell’incapace consiste nel prevedere, all’interno del contratto di mantenimento, ogni dettaglio degli obblighi di assistenza gravanti sulla fondazione:

come saranno le cure mediche, il vitto, l’alloggio, il vestiario, la possibile vita scolastica, il soddisfacimento delle eventuali esigenze di svago o di socializzazione, la possibilità di coltivare hobbies, la frequenza delle visite al disabile per controllarne lo stato, ecc.

Sottolineo che il promittente non può farsi sostituire da chiunque nell’adempiere l’obbligo di mantenimento del terzo, poiché egli è stato individuato dai familiari come soggetto degno di fiducia proprio sulla base delle sue specifiche qualità: dunque, una volta che ci si assume l’onere di assistenza, è necessario adempierlo.

In ogni caso, nella prassi il contratto di mantenimento o di assistenza vitalizio sta avendo un’ampia diffusione tra le famiglie dei portatori di handicap, poiché consente di garantire un’adeguata assistenza al disabile per tutta la vita e, al contempo, prevede strumenti di controllo della qualità dei supporti forniti.

 

                                                                                      Il nostro consulente legale:

                                                                                   Avv. Eufemia Sabrina Pavone 

 

 

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